10 giugno 2009

Notte Bianca

Tre e dieci di notte. Sveglia.
Impossibile dormire, e non perché non voglia.
Niente sonno. Niente.
E non mi trovo.
La città funziona, indubbiamente. Ma mi sta sul cazzo. Londra è una troia che prende tutti per mano e con un sorriso ipocrita li butta tutti nell’arena. Gode nel vederci scannare.
Velocità. Frenesia. Testa bassa, a lavorare. Lavoro e alcool, odore di fritto, soldi che vanno.
Un treno ogni minuto e “mind the closing doors”. Ogni giorno porte che si chiudono ma ancora nessun portone che si apre.
Non mi ritrovo in questo grigio torbido. Portavo il sole dentro e lo sento spegnersi. Provo, provare è crescere, provare è perdersi, provare è rischio. Provo a stare al passo.
Non scrivo più.
Il mio cervello non fa in tempo a metabolizzare qualcosa e a cagare qualcosa da scrivere. Avevo fame…ora sono vegetariana, voglia di scremare per trovare un angolo di pace.
Non mi ritrovo e forse nemmeno mi cerco. Guardo fuori e non dentro.
Dopo secoli ho rimesso l’orologio al polso…brutto segno.
Dove sono? Dove vado?
Dov’è la bussola? Da qui non potrei sbagliare strada…sono sul meridiano 0.
Ho perso la rotta?
Dovrei rallentare? O forse accelerare?
Non ballo più.
Pigra. Anche uscire diventa uno sforzo quando si porta dietro un senso di obbligo.
Niente più tacchi.
Si cammina troppo in questa cazzo di città…odio!
Dove sono finita? Chi sono ora?
Il mio uomo si è innamorato di qualcuna. Ora non la trova più.
Dov’è la Eio che vedeva poesia nella vita, che gioiva sinceramente nel vedere l’ombra degli alberi sul marciapiede, che raccontava storie a colori perché riusciva a vederli…dov’è andata?
Non può una città abbrutire così…o può? Non può farti perdere invece che rinforzarti…o può?
Tre e mezza. Sveglia. Fottutamente sveglissima. Stufa di imbottirmi di valeriana. Conterò le pecore.
Almeno sono bianche e morbide.

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